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Regionali: il caso Mussolini ago della bilancia nel Lazio?

Ripercorriamo tutte le vicende della lista Mussolini, prima esclusa dalla corsa per la presidenza della regione Lazio, poi riammessa, evidenziando le contraddizioni che porta con sé, e se possa chiamarsi "caso" ciò che non succede probabilmente per la prima volta, ma viene per la prima volta denunciato.
Contraddizioni che si palesano innanzitutto nell'attuale sistema elettorale regionale, dove l'elezione diretta del Presidente, diventato poi nel linguaggio mediatico il "Governatore" tout court, ha dato il primato politico e culturale all'esecutivo (oltretutto personalizzato a dismisura), e svuotato i Consigli, cioè i luoghi della rappresentanza, di ogni potere effettivo.
Ma che si rivelano anche nel fatto che, alcune settimane prima, i Radicali avevano lanciato un appello ad entrambi i poli che richiamava l'attenzione dei rispettivi schieramenti proprio sulla questione della regolarità della raccolta delle firme per la presentazione delle liste, denunciando, per l'ennesima volta, la diffusa illegalità nella quale venivano svolte tali pratiche.

Ma veniamo ai fatti. L'undici marzo sera la lista Storace presenta il ricorso per le firme di Alternativa Sociale, ma lo stesso giorno, dalle 4.51 alle 7.50 e dalle 13.55 alle ore 23.34, il sistema informatico del Campidoglio denuncia 833 verifiche anagrafiche da parte di due computer di Laziomatica, società fondata dalla giunta di centro-sinistra, ma che, con Storace, da aprile a ottobre del 2004 ha visto i suoi assunti aumentare da 47 a 202. Il giorno 13, una domenica, dai due pc di Laziomatica altri 1879 ingressi nei Registri Anagrafici e di Stato Civile del Comune di Roma.
Il giorno dopo la Corte d'appello esclude Alternativa Sociale dalla consultazione elettorale del Lazio perché fra le sue 4.300 firme presentate ne risultano 871 irregolari, ce ne vogliono infatti 3.500 per partecipare alle elezioni. Nei giorni successivi AS è stata esclusa anche in Lombardia, mentre le procure di numerose città italiane aprono altri fascicoli.
Alessandra Mussolini inizia lo sciopero della fame che si concluderà il 18 marzo con il verdetto del Tar che boccia il suo ricorso.
Ma la Mussolini ricorre in ultima istanza al Consiglio di Stato che martedì 22 alle 18.45 riammette la lista: la presunta irregolarità delle firme non è stata accertata "nei modi previsti dalla legge". Inoltre, a proposito della decisione della Corte d'appello, i giudici hanno sottolineato che "la legislazione in materia elettorale non prevede un potere di revoca dell'ammissione delle liste" ed era inoltre "indispensabile instaurare un contraddittorio con la parte appellante", non convocata invece dall'Ufficio elettorale.

La partita è tutta da giocare. Ogni volta che c'è di mezzo una controversia o un'aspra polemica, l'elettorato sembra convincersi a volere dire la propria, e questo potrebbe influire sul numero dei votanti. Queste polemiche faranno lievitare sensibilmente l'affluenza alle urne, oppure, come afferma il sondaggista Renato Mannheimer, ci sarà una forte tendenza all'astensionismo a causa della confusione, dello sconcerto e della prospettiva che le elezioni possano essere annullate a causa di qualche inadempienza formale?

Non è escluso che, contro l'ordinanza del Tar, ci si appelli di nuovo al Consiglio di Stato, questa volta nel merito. Il problema del dopo si pone nel caso i giudici stabiliscano che la lista della Mussolini non doveva prendere parte alle votazioni. In tal caso, il risultato sarebbe l'annullamento delle elezioni perché la presenza di una compagine che non doveva esserci finirebbe per inquinare il voto. In questo caso, per evitare la ripetizione delle consultazioni, i giudici dovrebbero accertare che la presenza di Alternativa Sociale, pur illegittima, non ha falsato il risultato della competizione. Pertanto, non è necessario riandare al voto.
Una situazione analoga si è, per esempio, verificata alle regionali abruzzesi del 2000, quando il Tar dell'Aquila annullò il risultato delle elezioni per la presenza, nella lista di Forza Italia, di Rocco Salini, l'attuale sottosegretario al ministero della Salute. Salini non era, infatti, candidabile, perché, prima delle votazioni era stato condannato per falso con una sentenza passata in giudicato.
Il Consiglio di Stato, però, pur riconoscendo l'illegittimità della candidatura di Salini, non invalidò le elezioni perché ritenne che la presenza dell'esponente di Forza Italia non avesse pregiudicato i risultati finali. A fare da sfondo a decisioni simili è anche il presupposto di salvare la volontà popolare, espressa dalle urne.
Altrimenti si può ipotizzare che uno dei due principali candidati Presidenti, Storace o Marrazzo, riporti una vittoria talmente netta da sgombrare il campo da qualsiasi sospetto. A quel punto l'interesse al rícorso potrebbe venir meno, perché si affievolirebbe anche il significato politico dell'azione. Tanto più se la vittoria schiacciante di una delle due liste fosse accompagnata da un risultato marginale di Alternativa Sociale.


Paolo Romani

 
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