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Cinema: Harry Potter ed il calice di fuoco

Torna sul grande schermo l'occhialuto maghetto, capace ancora di accendere le discussioni sul proprio successo, tale da portare la critica a parlare di un vero e proprio "fenomeno Harry Potter"; dai libri ai film, dopo più di cinque anni l'attenzione nei confronti del personaggio non sembra propensa a calare.

Vero è che molti dei recenti articoli partono considerando quanto siano cresciuti gli attori, che da bambini ormai sono palesemente adolescenti; ma del resto era esattamente nell'intenzione della scrittrice sottolineare il processo di crescita dei personaggi, che da bambini attraverso esperienze sempre nuove e talora traumatiche diventano adolescenti, per avvicinarsi infine sempre più al mondo degli adulti.

Forse è stata proprio questa caratteristica a permettere a J.K. Rowling di avvicinarsi ad una generazione che sembrava destinata a rimanere estranea alla lettura; prima di valutarne o meno l'effettivo valore letterario, bisogna riconoscere al fenomeno Harry Potter il merito sociale di aver riavvicinato i giovani, in particolare proprio i bambini, alla lettura.

I libri si rivolgono ai giovanissimi come ad adulti in potenza, senza sminuire la loro intelligenza (contrariamente a molti prodotti per bambini, che sembrano rivolgersi ad imbecilli piuttosto che a persone giovani, come già a suo tempo faceva notare Antoine de Saint-Exupery); questioni sempre più gravi o spinose si fanno strada tra le pagine senza forzare un'interpretazione, senza imporre una morale, e presentando il mondo degli adulti come può forse veramente percepirlo un bambino.

Sarebbe sbagliato, inoltre, considerare la lettura di Harry Potter come puramente astratta o d'evasione; in maniera sottile compaiono nel mondo parallelo della magia questioni e problematiche sociali che trovano la loro profondità nel fatto che rimangono irrisolte, rifiutandosi di semplificare con una sola sentenza la molteplicità del reale. In altre parole, J.K. Bowling non dice ai bambini come sia fatto il mondo, fosse anche quello immaginario da lei creato; lascia che siano loro maturare le proprie idee al riguardo, regalando loro una libertà che troppo spesso viene loro negata.

Soprattutto in nome di questa attenzione sociale presente nei libri si può dunque muovere un appunto al film appena uscito; le semplificazioni operate all'interno della trama possono anche essere state dettate dalle esigenze strutturali proprie del cinema, che obbedisce a leggi diverse rispetto alla letteratura, ma l'assenza di alcuni personaggi chiave del libro si concretizza in fin dei conti in una banalizzazione dei contenuti.

Andrebbe forse inoltre rivisto il doppiaggio, che in alcuni personaggi secondari risulta alquanto trascurato; mentre al contrario merita una particolare menzione Ralph Fiennes, la cui interpretazione del cattivo Voldemort imprime un segno decisivo alla scena finale del confronto, che risulta il punto più alto di una pellicola che in tutte le sue scene fa sfoggio di una notevole attenzione per il particolare visivo.

Va detto che troppo spesso questa attenzione per la forma a discapito del contenuto, che rischia di divenire incomprensibile per chi non avesse letto i libri; ma i bambini se ne sono accorti, ed è questo l'importante.


Fabia Scali-Warner

 
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